sabato 23 luglio 2011

Capitolo 3: Kiss

La notte era appena iniziata a Madrid.
Perchè i madrileni non sono uomini e donne normali. I madrileni non sanno cosa voglia dire "sonno" o "dormire" e non solo perchè sono totalmente incapaci di parlare qualsiasi lingua che non sia il castigliano ma anche perchè, loro, ad andare a letto, non ci pensano proprio se non quando cadono senza coscienza in mezzo alla strada o quando devono trombare.
Era mezzanotte, dicevo: la notte, a Madrid, era una piccola neonata nera che ti chiedeva di abbracciarla.

"Bene", mi dicevo, "Bene. Sono un ragazzo bellissimo carinissimo simpaticissimo e ad altissima Deviazionissima Standardissima. Ma ora che cazzo faccio?".
No, dai, a Chueca non ci potevo andare. Così. Da solo. Come uno sfigato. Ma cazzo, no. "Io me ne ritorno nella mia cameretta da 40 euro a notte", pensavo.

Ebbene, quando il destino ci vuole mettere lo zampino...
Quando il destino decide che non solo tu sei nato irresistibile, quando il destino ha definito che non solo sei un intelligentissimo giovane chirurgo, quando il destino ha stabilito che non solo te ne vai all'estero almeno per un po' e divertiti che fai bene...
...ma quando il destino ti spedisce a Madrid proprio quando inizia "EL ORGULLO 2011"...
Beh, in questo caso, è lampante che:
  1. un Dio esiste
  2. sa chi sei e come ti chiami
  3. ha uno spiccato senso dello humor
  4. è gay-friendly
  5. in fin dei conti, ti vuole un gran bene

Mentre ritornavo sui miei passi, mi rendevo conto che le pareti di Madrid erano eccessivamente attraenti.
Manifesti rappresentanti ragazzotti 20-30enni che scoppiavano di salute, indossanti pantaloncini corti e con rampanti capezzoli in bella vista, erano esposti dappertutto. Non solo, anche l'atmosfera di quella strana notte era altamente testosteronica: ovunque ti giravi, un gran numero di manzi (e quando dico manzi intendo dire MANZI) di tutte le età e di tutti i colori erano attorno a te, tipo la banca Mediolanum.
E non si limitavano a questo, si badi! In molti, camminavano para las calles tenendo un braccio attorno alle spalle dell'altro, in pose fraterne. Oppure mano nella mano. E nessuno (si badi! Nessuno!) che si girasse a guardare (tranne il sottoscritto)! Nessuno che saltasse fuori con il solito grido "Ah frociiiiiiiiiiiii", nessuno che storcesse il naso se due persone dello stesso sesso si davano la mano in pieno centro di Madrid, nella cattolicissima (forse un tempo... e meno male) Spagna.
Il sottoscritto, annusata la novella aria contemporanea, si rese conto che sì, forse di dormire non ne aveva ancora un gran bisogno e che sì, era giusto vedere come il suo organismo avrebbe reagito in mezzo a cotanta modernità.
Mentre mi avviavo verso Chueca, passando per Calle de la Montera (da me ribattezzata, Calle de las Montadas, considerando la quantità di prostitute che ci lavora), noto come la reazione ai miei sguardi di ammirazione, lanciati agli aitanti giovanotti madrileni (oh, ma i madrileni sono aitanti aitanti eh! Ma ce ne fosse UNO senza la pettoralata da nuotatore!), da parte di tali giovanotti, sia nettamente diversa da quella che solitamente suscita in Italia. Facciamo uno schemino.
  • Situazione numero 1: il sottoscritto lancia di sottecchi un'occhiata di ammirazione a un aitante giovanotto italiano per le eleganti vie di Milano. L'aitante giovanotto milanese avrà una delle due seguenti reazioni: A) Manco si accorge che esisto e mi calpesta oppure B) Se ne accorge, solleva un sopracciglio a gabbianazza e mi lancia uno sguardo come per dire "Non mi sono mica mangiato palestra & steroidi per farmi guardare da uno come te che neanche lavora da H&M".
  • Situazione numero 2: il sottoscritto lancia di sottecchi un'occhiata di ammirazione a un aitante giovanotto spagnolo per le scrausissime vie di Madrid. L'aitante giovanotto madrileno avrà una delle due seguenti reazioni: A) se ne accorge IMMEDIATAMENTE e, dopodichè, ti sorride e continua per la sua magnifica strada fatta di nonlosomasonosicurochec'èanchetantoamorenonchèottimosesso oppure B) se ne accorge subito e, dopodichè, ti sorride e NON continua per la sua magnifica strada BENSI' si ferma e aspetta che tu ricambi il sorriso, gli dia il tuo numero di telefono o, non so, vada a dirgli "Ascoltami bello, non sono venuto dall'Italia per farmi guardare da uno come te che neanche lavora da H&M... però potrei tranquillamente rivedere le mie convinzioni".
Dopodiché, guardo il mio iPhone col suo utile navigatore satellitare.
Il mio iPhone. Il suo navigatore satellitare è proprio utilissimo, cazzo.
Peccato che, ora come ora, ci sia bisogno di un'altra sua applicazione. Utilissima anch'essa, cazzo.
GRINDR.
Lo accendo e voilà: millemila messaggi. Tra i tanti messaggi che mi arrivano, ecco che mi colpisce il dolce viso barba-dotato di Orsar. Il tipico spagnolo. Come dire. Un TheGentleman spagnolo. Mi dice che wooooooow vorrebbe vedere il mio viso la mattina quando si sveglia, nel suo letto. E dopo qualche messaggio, non mi ricordo come, non mi ricordo perchè, mi dice che sta provando il... nuovovibratorechesièappenacomprato.
Mh. Sì. Bene.

Ma basta fare i soliti italianotti ignoranti, i soliti milanesi travestiti da fighetti ma con l'anima più bigotta di una vedova siciliana.
Qui siamo in Spagna, dove il sesso è una cosa naturale per tutti. E un vibratore non fa più scalpore di una carota.
Qui siamo in Spagna, dove il Vaticano non ha diritto di parola. E dove se c'è qualcosa per cui bisogna ringraziare il Cielo... è proprio il sesso sesso sesso fino all'eccesso esso esso.


"Oh, bene", penso, "ha un vibratore. Ho sempre desiderato averne uno anche io. Credo che gli chiederò di uscire". Del resto, perchè non avrei dovuto? Ero a Madrid e non avevo nessuno per andare a Chueca. Un sacco di ragazzi mi stavano scrivendo su Grindr. Il GayPride stava iniziando e ci sarebbe stato il delirio. Perchè non scegliere Orsar, tanto bello, orsetto e disinibito?
"Vediamoci di fronte al mercato di Chueca tra un'ora", mi dice.

Ed eccomi lì, dopo un'ora. Tutto docciato e profumato a fare la figura della mosca bianca in mezzo a quel manipoli di gay senza più ritegno!!!
E quando a Madrid il GayPride inizia, inizia subito col botto: Chueca era un'immensa festa, dentro e fuori i locali, dalle strade fino ai tetti, un caldo favoloso con un cielo dipinto di arcobaleni, la musica usciva da ogni mattonella e i ragazzi e le ragazze non smettevano di ridere e bere.

Non so se mi piacesse, so solo che non mi dispiaceva affatto.
Ed eccomi lì, dopo un'ora, tutto docciato e profumato, ad avvertire Orsar via messaggino di come sono vestito, altrimenti col cazzo che mi trova in mezzo a tutto quel bordello.
Ed eccolo lì, lui: è proprio caruccio. Cioè, con il barbottino, con gli occhi neri, con quel viso dolce: insomma non so come spiegarvelo ma vi dico solo che, se questo non fosse un blog ma un semplice quaderno e se, contemporaneamente, io fossi una quindicenne alle prese coi suoi dolori mestruali... se io fossi tutto questo, dicevo, ora prenderei il mio bel pennarellone rosa e disegnerei un grande cuore <3 <3 <3

Vabbè "pennarellone rosa" non voleva essere allusivo, però ci stava...

Lui è lì ma non da solo: ci sono pure dei suoi amici. Una specie di bono spagnolo dal pelo castano-rossiccio, poi un'altra specie di bono spagnolo dal pelo più nero, poi un'altra specie di bono americano di Milwaukee-uòzzameriga-come-cazzo-si-scrive e infine due checche spagnole di cui una (guarda caso!) è medico.
Orsar mi fa bere una cosa chiamata "Calimocho" che è vino rosso di qualità paragonabile alla merda + coca cola + qualcosa alla ciliegia = buonissimo e mi ubriaco come una puttanella!
In teoria, qui, è molto vivo il concetto del "compartir" cioè della condivisione di molte cose (a momenti, pure le mutande), quindi i bicchieri di calimocho sarebbero dovuti girare liberamente di mano in mano ma io rimango pur sempre italiano e ho fatto la faccia un po' schifata alla vista di questa iberica tradizione, suscitando l'ilarità generale e facendomi subito chiamare "pijo" cioè fighetto.
E poi, beh... che volete che vi dica... tra un calimocho di qui e una birra di là, tra un locale con musica house e un pub con Britney Spears a tutt'andare... alla fine Orsar mi ha detto che sono molto carino e che "vorrei baci-a-rti" (distaccando bene la I dalla A. No, non avete idea: di un dolce che se fossi stato diabetico a quest'ora ero già morto).
E io gli ho detto "Ah sì?".
E lui mi ha detto "Mh mh".
E io gli ho detto "Ah sì?".
E lui mi ha detto "Eh sì. Ma lo sai che esiste il bacio spagnolo?".
E io gli ho detto "Ah sì?".
E lui mi ha detto... no, a dire il vero, a questo punto non mi ha più detto nulla.
E di quello che è successo dopo mi ricordo solo che il bacio spagnolo... è veramente GUAPO.

K.I.S.S. (Keep It Simple, Stupids... and Kiss It Spanish, Stars!)

sabato 16 luglio 2011

Capitolo 2: Spanish eyes

Il giorno della partenza, mi sono svegliato con una brutta sensazione.
Una sensazione spiacevole, di perdita, di rottura, di taglio sanguinante.
Mi sono svegliato ancora assonnato ma già conscio di quello che stavo per fare. Di quello che dovevo fare ma che non volevo, in assolutamente nessun modo, fare.
La bacheca con tutte le foto dei miei amici che mi era stata regalata pochi giorni prima, rimbalza sui miei occhi, non appena metto un piede fuori dal letto. Mi avvicino, stacco ogni foto, una per volta, per poi leggerne la dedica sul retro e poi riattaccarla al suo posto. Inizio a commuovermi e poi a piangere, piangere sul serio, a dirotto.
"Non voglio lasciare tutto questo..."
In bagno, faccio scorrere l'acqua, per mandare via i sapori e gli odori del giorno precedente, così italiano, così mio. E il rumore dell'acqua viene coperto dai miei pianti che si fanno sempre più intensi, sempre più urlanti, con una punta di infantilità.
"NON VOGLIO ANDARMENE!!! NON VOGLIO! NON VOGLIO!!! NON VOGLIO!!!"
Cercavo di dirmi che ero uno stupido, che non stavo andando a fare la guerra, che stavo andando a Madrid, un vero e proprio paradiso.
Cercavo di ripetermi le parole di TheGentleMan e, quando realizzai questo, mi resi conto che il mio pianto era sincero: io NON volevo andarmene. Volevo rimanere lì.
Per cinque minuti mi è balenata l'idea che quel pomeriggio non avrei visto l'aereoporto neanche in cartolina, sarei rimasto nella mia ridente cittadina universitaria alle porte di Milano e avrei fatto una sorpresa a tutti i miei amici italiani annunciandogli che rinunciavo a qualsiasi mio sogno solo perchè gli voglio bene.
Poi mi sono detto "Calma, non è questo quello che vuoi e non sarebbe neanche quello che vorrebbero gli altri per te".
Così, inforco i Wayfarer (una delle rare volte in cui li metto), prendo la valigia ed esco di casa.
Sole cocente. Chissà se anche in Spagna fa così caldo.

E' la partenza, è la vera partenza. Non c'è niente di più strano di una partenza con la P maiuscola. Guardi ogni singolo piccolo bar, ogni strada importante o vicolo che sia, ogni aiuola e ogni scuola, ogni casa e ogni persona che incontri fuori come se fosse stato un peccato non conoscerla meglio, non usarla, non abitarci, non comprarci un pacchetto di gomme da masticare.
E' come se ti sentissi morire ma di una morte molto intensa, una morte viva, come la fiamma che distrugge la Fenice e che ogni volta la fa rinascere. Come una morte che sai sarà seguita da una nuova vita ma ti fa stizza non aver fatto un po' meglio nella vita precedente.

Il viaggio in aereo fu continuamente condito da pensieri come "Ma chi cazzo me lo fa fare" o "Ma dove cazzo sto andando" o "Sto facendo il passo più lungo della gamba, imbecille che sono", mentre lo stewart finocchio (già visto al Borgo la domenica) annunciava la possibilità di comprare splendidi pupazzetti dell'EasyJet e le transessuali brasiliane di viale Zara sbadigliavano annoiate, pensando a quanto si sarebbero ancora annoiate ad aspettare a Madrid il volo per Rio de Janeiro.
L'atteraggio fu dolce e arido, come la terra spagnola.
Il primo impatto è stato terribile. Un terminal terribile. Una metropolitana enorme e incasinatissima e odorante di fogna in maniera terribile. Una valigia enorme da strascicarmi in maniera terribile.
Dopo mezz'ora di viaggio sudoso e faticoso tra aeroporto e sottoterra della metro, finalmente, alle 23 della sera, rivengo alla luce, dal sottosuolo al cielo aperto.

E qui le cose cambiano.
Fermata di Puerta del Sol. Alzo gli occhi e un grande manto nero ricamato di stelle mi saluta. Nella piazza, un turbine di persone tutte col sorriso, al contrario di me, fino a quell'attimo, brulicavano attorno a edifici bianchi e barocchi. Un caldo fantastico, potente ma secco e privo di zanzare, mi avvolgeva come una seconda pelle. Un'orchestrina latinoamericana suonava schitarrineggianti motivetti ispanici, mentre i loro sombreri indicavano le tante piastrelle di maiolica che disegnano i nomi delle varie "Calle" madrilene.
Madrid mi dava l'accoglienza più spagnola che ci potesse essere.
Vado in ostello, a due passi da là. Calle Marquis Viudo de Pontejos. Un bell'ostello.
Apro la finestra, faccio entrare l'aria calda e frizzante. Mi sdraio sul letto e mi chiedo se tutta questa bella sensazione durerà.
L'Italia, improvvisamente, mi appare grigia e statica ma allo stesso tempo rassicurante. La Spagna, al contrario, mi appare coloratissima e mutevole ma troppo veloce per poterla cavalcare costantemente.
Sul telefonino mi arriva un messggio di TheGentleMan. Mi chiede se sono già alla ricerca di manzi. Gli rispondo che mi manca e mi rimetto a piangere.

Ecco. Ditemi se questo non è ad alta Deviazione Standard. Un ragazzo gay di un carcere omofobo come l'Italia va a Madrid, paradiso gayo d'Europa. Ci arriva e si mette a piangere, alla ricerca di qualcosa che lo tenga legato/inchiodato al suo ex-carcere.
Eppure questo succede veramente, nella cattolicissima Spagna, dove il barrio della Chueca fa faville e dardeggia sensualità da tutte le sue finestre. Dove un ragazzo che pensava di non aver bisogno di nessuno, ora, scopre improvvisamente che ricominciare a costruire tutto da capo può essere non solo difficile ma quasi impossibile.
E ora che ha scoperto questa sua debolezza, questa suo nuovo essere da solo ma allo stesso tempo questa sua nuova invidiabile opportunità, ora, questo ragazzo, ha una incredibile voglia più matta che mai di... farcela.

Ed ecco che il ragazzo ad alta Deviazione Standard va nel bagno della sua camera di ostello e, al contrario di quanto successe in Italia, smise di piangere.
Si diede una bella lavata.
Si tolse la polvere e il pesantume italiani.
Indossò un paio di jeans e una magliettina.
Prese la chiave della sua camera, aprì la porta e la richiuse alle sue spalle.

Ecco. Adesso erano soltanto lui e Madrid.
E ora, volenti o nolenti, dovevano fare i conti l'uno con l'altra.

Passo dopo passo, navigatore dell'iPhone alla mano, cammino per la capitale.
La direzione? Chueca.
Ma questo lo racconterò in un altro post...

K.I.S.S. (Keep It Simple Stupids)

lunedì 11 luglio 2011

Capitolo 1: Ciao Italia

I giorni, nella ridente cittadina universitaria alle porte di Milano, si succedevano sempre uguali.
La mattina, mi svegliavo presto e andavo a fare finta di fare il mio tirocinio per l'abilitazione alla professione medica. Il pomeriggio, se non mi avevano trattenuto con inganni e turpi meccanismi dentro il Policlinico "San 'namo a fa' 'na bira", tornavo a casa e godevo di cazzeggio spinto. La sera, mangiavo schifezze tra cui primeggiava la Pizza Kebab, mi guardavo un film e andavo a dormire all'ora che mi pareva a me. Se parliamo dei weekend, invece, prendevo la mia macchinina e filavo fino a Milano, da TheGentleMan, per andare a ballare al Barbarella o scopare fino allo sfinimento (ma anche tutte e due le cose).
Tutto sempre uguale, insomma.
L'unica cosa che cambiava era che il mio tempo, in Italia, stava per finire inesorabilmente.

Avevo già deciso dove andare.
All'inizio ero più improntato verso il Nord Europa, poi ho fatto una lunga virata verso l'Australia, quindi una nuova destinazione chiamata Berlino... e, alla fine, l'illuminazione.
"Perchè andare in posti freddi con gente fredda se io amo il caldo?". Voi potreste obiettare che l'Australia non è per niente fredda e infatti avete ragione... ma Madonna non fa quasi mai concerti in Australia e questa è un'ottima motivazione per evitare il paese dei fantastici Aussie studs.
Insomma, la meta giusta giusta per me era a pochi passi, di là dal mare.
Era la Spagna.
Spagna. Sinonimo di meritocrazia medica, di sole, di funzionamento socio-amministrativo vero, di manzi che scoppiano di salute, di diritti gay solidi e di possibilità di realizzare il mio sogno: diventare un chirurgo ricostruttivo.

In realtà, non solo il tempo a disposizione in Italia cambiava: cambiavo anche io. Mi rendevo conto che tutto ciò che avevo era sempre stato dato per scontato. Mi rendevo conto che la routine ospedale-cazzeggio-discotecaseèsabato-scopareseèsabato-dormirenelmiolettinoitaliano, tanto da me disprezzata nell'ultimo periodo, non era così male nella realtà.
Anzi, tale routine era veramente bella.
Improvvisamente, da vittima di un baronismo tentacolare e viscido, mi ero trasformato nel più grande amante del mio Paese. Io AMAVO TUTTO dell'Italia, compresa la sua sporca mafia medica. E questo amore mi si stava manifestando in maniera così malsana che anche il solo pensare di avere in mano il mio biglietto per Madrid mi faceva venire il capogiro.
E ogni volta che vedevo un mio amico, ogni volta che lo salutavo per tornare a casa, un bel sacchetto di lacrime veniva aperto spontaneamente, realizzando che chissà quando lo rivedrò.
E ogni weekend che passavo con TheGentleMan, mi sentivo sempre più male, pensando che presto (prestissimo) non lo potrò più toccare.
E, finalmente/purtroppo, arrivano gli ultimi due giorni.

Quando hai già un piede su un aereo che ti porterà perennemente all'estero, ci sono due cose che devi fare: la prima è assicurarti che tu voglia davvero partire, la seconda è salutare chi ami e vorrebbe seguirti ma non può.

Chiamo tutti i miei amici più cari e li raduno a un supermegaaperitivo. Quegli adorabili bastardi mi hanno regalato a tradimento il kit anti-nostalgia (con spaghetti, sugo, parmigiano e nutella) e una megabacheca di sughero dove appuntare le mie foto fatte con ciascuno di loro e, dietro ogni foto, c'è un pensiero (che nella maggior parte dei casi è un poema) scritto da chi compare nella foto insieme a me.
Una volta a casa mia, riguardando quei regali, quelle foto, quei volti, quelle loro parole che rievocavano così gagliardamente questi anni irripetibili che ho vissuto con loro, ho pianto rendendomi conto che, prima di partire, non ho messo in conto che avrei dovuto staccare una placenta che continuava a nutrirmi.

In pratica, non avevo messo in conto che è facile dire "Basta, me ne vado da questo posto di merda" ma che è difficile "disumanizzarci" talmente tanto da cancellare i nostri affetti e i nostri ricordi positivi con un netto colpo di spugna.

Il posto sarà stato di merda, gli stronzi ci saranno stati ma, io, nel momento della partenza, mi sono reso conto che stavo diventando (forse per la prima volta nella mia vita) solo.

Ed ecco che arriva venerdì, vado a trascorrere l'ultimo weekend da TheGentleMan.
Man mano che percorro la strada, una strana sensazione la fa da padrone.
Una sensazione che non è la banale tristezza, anzi.
E' un misto di felicità perchè vedi la persona a cui vuoi bene, di malinconia perchè ovviamente non potrai rivederla più spesso come prima e, inoltre, c'era anche una buona dose di voglia di vivere, di orgoglio di appartenere a quel posto... attraversavo in auto la campagna verdeggiante, con la Certosa che mi salutava, guardandola scintillare sotto un sole pomeridiano ancora caldissimo e un cielo azzurro che più limpido di così non sarebbe potuto mai essere. Imboccavo l'autostrada e prendevo il biglietto come se fosse il regalo più prezioso di sempre, correvo, spingevo fino ai 140 km/h, sull'euforia delle note di diverse puttanelle del pop che riempivano allegramente il mio abitacolo e mi facevano sentire leggero, mentre di fianco a me passavano il Forum di Assago dove la Gaga mi aveva fatto ballare l'inverno scorso, mentre di fianco a me si confondenvano palazzi di cristallo insieme a fiorite palazzine liberty, mentre di fianco a me i marocchini camminavano insieme alle sciure milanesi da centinaia di generazioni.
Via Spezia, Via Liguria, Viale Murillo, Piazzale Brescia, Piazza Simon Bolivar, Cavalcavia Adriano Bacula, Via  Carlo Imbonati, il grande cartellone luminescente dell'OKI, la palestra Fitness First e la 20 hours, Linea verde, Duomo fermata Duomo, linea gialla, Maciachini fermata Maciachini, Dergano fermata Dergano, e altre vie e altri posti che rappresentavano la mia pista preferenziale per raggiungere il mio nido a Milano nord. Mi sembravano tutti posti magnifici. Con gente magnifica. Mi sembravano tutti essere parte di me. Io ero quei luoghi.
Io mi sentivo Milano.

E, mentre nell'abitacolo riecheggiava proprio "Milano" di Alex Britti, sentivo che ben presto non solo avrei lasciato la mia ridente cittadina universitaria alle porte di Milano, la stessa Milano  e l'Italia... ma, partendo, sentivo che avrei lasciato anche me stesso.

E quel venerdì andiamo al Barbarella, quell'amatodiato localaccio discotecaro che stavolta fa l'estivo vicino all'idroscalo (leggasi "nel regno delle zanzare"). Ed è tutta una sfilata, un fiorire di muscoli ignudi o ragazzi secchi secchi con addosso vestiti fashion (ma mi si conceda il beneficio del dubbio su tale aggettivo).
E' tutto una sfilata, un carnevale, condito da tanto alcool e tanta house, dove la spocchia diventa parte del gioco, dove la timidezza è un qualcosa di più prezioso dell'oro, dove il buio della notte brilla di un'afa ipnotica, dove il resto del mondo non c'è, dove è facile stare insieme a tante persone ma vederne solo una: TheGentleMan.

Oddio, sono proprio cotto.

E quella sera a letto, abbracciati:
Io: Senti ma perchè noi due non ci mettiamo assieme?
TheGentleManFacendoIlCretino: Ma non si puòòòòòòò...
Io: Dai davvero, perchè no?
TheGentleManFacendoIlCretino: Ma mia mamma non vuooooooleeeeeeee....
Io: EH BASTA! FAI IL SERIO!
TheGentleManSerio: Ma se ti stai trasferendo...
Io: Eh, e allora?
TheGentleMan: E allora ci vedremmo troppo poco e finirei col tradirti.
Io: Esistono le webcam. Lo facciamo in webcam. Dio benedica le webcam. Ok, problema risolto, no? Allora stiamo insieme?
TheGentleMan: No, non mi piace farlo in webcam... e poi c'è dell'altro, c'è quell'aspetto lì...
Io:
TheGentleMan: Cioè, guarda che io, di stare insieme a te, ci ho pensato e seriamente anche. Però noi due non funzioniamo proprio lì...
Io:
TheGentleMan: ...cioè qui.
Io:
TheGentleMan: Qui. Dove siamo adesso. A LETTO!
Io: Cooooooooooosa? Ma se io godo come un matto con te? Sei una macchina del sesso!!!
TheGentleMan: Ahahahahahaha ma se sei statico come un ciocco di olivo!
Io: Ma è perchè sono paralizzato dal piacere!!!! No guarda che ti assicuro che se è solo per quello, il problema non sussiste!
TheGentleMan: Sì ma io sono versatile. E tu no. E il vero problema è questo qui.
Io: Beh sì. Questo potrebbe essere un vero problema, effettivamente.
TheGentleMan: Già. Potrebbe.



Io: Ma... io voglio stare con te.
TheGenteMan: Mi dispiace BimboSottaceto... ma anche se tu rimanessi qui in Italia, non si potrebbe...
Io: Ma tu lo sai quello che provo io per te, vero?
[TheGentleMan mi gira il volto verso di lui e mi bacia]

Il giorno dopo è il giorno del GayPride meneghino. Il primo organizzato in grande stile.
Milano è diventata improvvisamente un arcobaleno con un cielo turchese e bollente, alla facciazza di chi la ritiene una città grigia e fredda.
E il pride che ho tanto desiderato fare insieme a TheGentleMan, finalmente, lo riesco a fare... e proprio nella nostra città.

Io: Ma finiremo sul telegiornale?
TheGentleMan: Ma no, dai... con tutte le persone che stanno sfilando, figurati se riprendono noi...
Io: Sì però noi ora stiamo proprio tra il carro dei bonazzi palestrati mezzi nudi e le transessuali brasiliane mezze nude.
TheGentleMan: Ok, salutiamo la mamma. Ciao mamma!!!

E giunge, al fine, la temuta Domenica.
Il weekend è finito e non ce ne sarà più nessun altro con lui.
Mi accompagna fino alla macchina.

Io: Bene, suppongo che in situazioni come queste, ci si dica... "addio"?
TheGentleMan: Esagerato...
IoPensante: Non devo piangere, non devo piangere, non devo piangere, non devo piangere...
TheGentleMan: Verrò a trovarti questo autunno!
IoPensante: Non devo piangere, non devo piangere, non devo piangere, non devo piangere, tutto ma non  le lacrime di fronte a lui...
TheGentleMan: E vedrai come ti divertirai a Madrid! Ci vorrei essere io al tuo posto!
IoPensante: Niente lacrime, niente lacrime, niente lacrime, siamo davanti a lui a 3 centimentri e quindi niente lacrime, niente lacrime, niente lacrime...
TheGentleMan: Tutti quei manzi spagnoli... ma sai quanto ti diverti??? Altro che stare appresso a uno come me!
Io: Tu... sei unico. A Madrid non ne trovo come te.
[Piango]
IoPiangente: Scusa un attimo mi è entrato un sassolino nell'occhio...
IoPensantePiangente: Un sassolino nell'occhio?!?!?!?!? Ma che cacchio dico?!?!!?!
IoPiangente: No ok, è che se non mi fermo un attimo rischio di commuovermi...
IoPensantePiangente: Un rischio remotissssssssimo eh...
IoPiangente: E promettimi che non andrai con nessun altro come me: niente sardi, niente medici, niente ragazzi dagli occhi neri e dai capelli neri, niente piccoli bear dal fisico tonico, niente...
TheGentleMan: Guarda che non servono queste raccomandazioni: sei unico anche tu.
[Bacio]

Zona Dergano, Milano, Italia. Lo scenario più bello del mondo.

Salgo in macchina, non smetto mai di piangere. TheGentleMan torna a casa anche lui e mi segue in auto, dietro. Ogni tanto guardo nello specchietto retrovisore per vederlo... e non so perchè ma, tra le lacrime, guardando il suo riflesso sullo specchietto, mi ritorna il sorriso e gli faccio "ciao" con la mano, domandandomi se i miei occhi rossi di pianto lui riesca a scorgerli.
A un certo punto c'è una rotonda: le nostre strade si dividono. Io vado a destra, lui a sinistra.
Due colpi di clacson a testa, per salutarci.
Beep-beep.
Due colpi di clacson ciascuno.
Due. Come le parole "Ti amo".

C'è chi dice che l'amore è per sempre. Qualcun altro, invece, afferma che ad ogni sogno segue un risveglio.
Io non so se tu sia stato sogno o amore. So solo che sei stato la cosa più importante di questi miei 26 anni.
Grazie di tutto.

K.I.S.S. (Keep It Simple, Stupids)

domenica 10 luglio 2011

Premessa

Ed eccomi di nuovo sulla blogosfera.
E' stato un periodo intenso che pensavo di voler tenere tutto per me.
Cambiamenti.
Parole.
Fatti. Tantissimi fatti.
Lacrime. Uh, le lacrime... come se piovesse!

Quando ho messo fine all'altro blog, non pensavo di voler tornare a scrivere.
Questo periodo, infatti, voglio DAVVERO tenerlo tutto per me ma sento che potrei iniziare a dimenticarlo. E sento anche che è troppo importante perchè vada dimenticato veramente e che "tenere qualcosa tutta per sé" non vuol dire non poterla "condividere".
Quindi, ritorno a mettere tutto scritto, nero su bianco.
Vi va di condividere la mia alta Deviazione Standard?
Se la risposta è sì, sappiate che non è mai stata più alta di adesso e... benvenuti a Madrid!

K.I.S.S. (Keep It Simple, Stupids)