lunedì 5 dicembre 2011

Capitolo 14: The most difficult thing

E' difficile parlare di quello che c'è stato tra noi e che, non so per quanto, continuerà a esserci.
E' difficile capire che ciò che c'è stato non potrà continuare e che il modo migliore per uscirne, sia per te che per me, è che in fretta mettiamo da parte questo periodo stupendo.

Andare via da casa tua e salutarci, ieri sera, è stato strano. Non ti dirò, come una quindicenne infatuata, che è stato "bellissimo ma allo stesso tempo terribile" o che "volevo che il nostro ultimo saluto non finisse mai".
Dico solo che è strano.
Strano perchè, dopotutto, il nostro addio è come la prima volta in cui ci siamo visti: Madrid ai nostri piedi, illuminata. L'unica differenza è il cielo, quel cielo che di lì a poche ore avrai solcato, ancora privo di stelle ma già tinto di arancio e di viola.
Beh, effettivamente, c'è un'altra differenza: stavolta non ridiamo, non sorridiamo neanche. Semplicemente siamo l'uno appoggiato con la testa sulla spalla dell'altro e ci abbracciamo, quasi a voler impedire la tua partenza con un mero stratagemma meccanico, quasi a voler approfittare di quegli ultimi secondi per ringraziarci della nostra esistenza non solo con le parole ma anche fisicamente. Stiamo lì, fermi immobili, mentre la macchina col motore acceso borbotta. E ci sussurriamo "Te quiero" e "No te vayas" per l'ennesima volta ma, adesso, con un tono più spento, più rassegnato.
E' la prima volta che vedo i tuoi occhioni che piangono. Non voglio che tu pianga, cerco di farti sorridere. Io avevo già pianto tutto quello che avevo da piangere, nei due giorni dopo che mi avevi detto che dovevi partire a breve. Non avevo più niente da piangere, era una mia certezza e forse era meglio così. Ma le certezze sono sempre le prime cose che crollano e, appena si chiude la portiera dell'auto con te dentro, appena ti vedo che ti volti per salutarmi, scoppio in lacrime. E rimango lì, fermo, a guardarti mentre ti allontani da me sempre di più, mentre ti addentri tra le luci di questa città e, insieme ma distanti, continuamo a dirci in mezzo alle lacrime che non doveva finire così presto, con una partenza prestabilita prima della nostra conoscenza.
Ed è un'impressione stranissima tornare a casa mia per l'ultima volta dalla tua, non avere più nessun motivo per tornare in Calle Aguilar de Campóo, sapere di non poter dormire più insieme a te in quella stanzetta minuscola ed abusivamente ricavata da un balcone, dipinta di lillà e con una vista meravigliosa, con tutti i tuoi vestiti sparsi sul letto e sul pavimento, senza più i baci e gli abbracci al nostro risveglio mattutino.
E' un'impressione stranissima sapere che non ci sarebbe più stata la tua voce calda a chiedermi "come ti senti, amore?" quando tiro su col naso e sapere che nessuno mi chiamerà più "amore".
Faccio un giretto al parco Dehesa de la Villa, dove ci siamo conosciuti. Vado al belvedere, dove ci siamo dati appuntamento per la prima volta.
E penso.

Ti sento ancora qui, cazzo; ciò che fa veramente male non è che tu te ne sia andato ma è che in realtà sei ancora vicino a me e mi stai ancora abbracciando e riesco ancora a sentire il tuo calore, anche se io non riesco a vederti, anche se io non posso più abbracciarti.
Ciò che fa veramente male è che noi ci siamo innamorati e quando ti innamori e rimani innamorato non ci si allontana mai veramente.
E noi due siamo ancora innamorati perchè una data di partenza non può coincidere con la fine della nostra storia, non può. Un aereo per il Cile ci può far penare, ci può far bestemmiare, ci può far pregare che non accada, può farci del male ma non può far finire il nostro amore, a comando.
Adesso il cuore mi dice che tu sei ancora vicino a me mentre il cervello mi dice che sono un cretino perchè tu sei già lontano: è come un litigio che si svolge nel mio sangue, come se combattessi contro me stesso, come moglie e marito che si tirano piatti e bicchieri dentro il mio intestino, come una responsabilità troppo grande che viene caricata tutta sulla mia schiena. Ma la situazione è questa: dentro di me, ormai, è scoppiata la guerra e, che io lo voglia o no, devo rendermi conto che, anche se la tua anima è ancora qui a tenermi per mano, il tuo corpo è in aeroporto con un biglietto di sola andata per il Sud America.
Ti sento ancora qui, cazzo. Ti vedo ma non ci sei. Mi tocchi ma non vedo le tue mani. Mi parli ma non odo la tua voce.
Non ce la faccio, devo smettere di pensare.

Ricevo un tuo messaggio: sono la cosa più bella che ti sia capitata da tanto tempo a questa parte e non vuoi perdermi, vuoi mantere i contatti con me. Ti rispondo dicendoti che, mentre eri a farti la doccia, quel pomeriggio avevo preso il tuo computer, ti avevo scritto una lettera su Word e te l'avevo salvata sul desktop del tuo computer. Niente di smielato: qualcosa in pieno stile "BimboSottaceto ad alta Deviazione Standard", qualcosa nello stile che so che ti può comunicare il massimo.
E poi mi chiami. Hai fatto bene a chiamarmi perchè, tanto, l'avrei fatto io. Sei agli imbarchi, mi dici che ti manco. A me manca l'aria, invece: non riesco più a parlare e mi metto a piangere. Ci salutiamo. Sarebbe impossibile continuare a parlare.
Tiro fuori dalla tasca la foto che un'ora prima mi hai regalato: una foto tessera che usavi per l'abbonamento ai mezzi. La tua espressione, un po' triste, come se sapessi già che avrai sentito la mancanza di qualcuno. I tuoi occhi, fantastici, da bimbo.
Guardo ancora il cielo, per non so quanto tempo. Ormai è tutto blu e le stelle sono molte.
Sono le dieci e qualche minuto. Il tuo aereo partiva alle dieci. In alto vedo diverse lucine lampeggianti: a bordo di una di quelle ci sei tu. Le guardo tutte e ti auguro buon viaggio.
Mi asciugo un po' le lacrime, balzo giù dalla nostra panchina e vado a prendere il pullman. Il 64. L'ultima volta che lo prenderò, credo. Mi infilo nelle orecchie l'iPod e, come per un segno del destino, parte "Aeroplano", di Caterina Rappoccio.

Aeroplano che te ne vai, lontano da qui chissà cosa vedrai...
Se capiterai per questo grigio cielo, tu riportami lui, se non vorrai gli parlerai...

E mentre il pullman cammina per la città, mi rendo conto per la prima volta che Madrid è in festa per il Natale: le altre volte, così preso dalla voglia affamata di vederti, non mi ero reso conto che luminarie chilometriche avevano già invaso tutti i viali, alla faccia della crisi. Stavolta, invece, il mio sguardo riesce a fissarsi su un gigantesco folletto luminoso e su un enorme bastoncino candito a righe bianche e rosse. Madrid è in festa ed è bellissima ma io non ho voglia di festeggiare.
Scendo a Cuatro Caminos. Prendo la metropolitana, la linea 1, la prima di Madrid, la più lunga anche, color celeste. Guardo le fermate: Ríos Rosas, Iglesia, Bilbao, Tribunal, Gran Vía, Sol, Tirso de Molina. Sono già arrivato.

E' buffo come, quando tu stavi qui, il tempo per arrivare a casa tua mi sembrava eterno, infinito e sentissi il bisogno di chiederti scusa per il ritardo, scusa per averti fatto aspettare così tanto il mio abbraccio. Ora che non sei più qui, invece, tornare a casa mia mi è sembrato un attimo, una specie di teletrasporto asettico e insipido, troppo breve, come salire e scendere un solo scalino.
E' buffo come tu potevi cambiare anche la mia percezione del tempo.
Scendo e mi dirigo verso casa.

E' finita, è tutto finito.


Quando entro in camera mia, vedo il mio letto e so che stasera dovrò stare lì. Mi riassale quella fame d'aria, quella sensazione terribile di consapevolezza che tutto è cambiato o, meglio, che tutto è di nuovo come prima: la mia vita riprende senza nessuno al mio fianco.

Perchè tu? Cosa eri tu per me?
Eri il colpo di fulmine. Il primo della mia vita. Eri il classico ragazzo che non avrei mai pensato di voler frequentare e che, nel giro di un paio d'ore, mi ha fatto innamorare. E come tutti i colpi di fulmine che si rispettino, velocemente ci siamo presi e velocemente ci siamo dovuti lasciare.
Eri la persona che scherzava come me, che rideva come me, che amava quello che amo io e che era in grado di ragionare in maniera opposta a come faccio io. Eravamo un po' come lo Ying e lo Yang: gli opposti da cui reciprocamente nascono.
Conoscerci mi ha travolto, è stata come una scarica elettrica percepita a pelle nel primo momento in cui abbiamo iniziato a chiacchierare, una sorta di stregoneria venuta dal bosco dove ci siamo messi insieme.
Tu sei il mio colpo di fulmine. E non so quanto sarà facile che un altro lampo mi centri in pieno.


Vorrei dirti grazie per tante cose: per le parole, per i baci e gli abbracci, per i sorrisi e le occhiatine, per la gita ad Ávila e Salamanca, per il tuo essere così cazzutamente divertente, per aver dormito sempre abbracciato a me come se fossi la mia coperta, per le nostre zampe che si incrociavano nel letto mentre ci addormentavamo, per la nostra "litigata" quando hai detto che Britney Spears è un'artista mentre Madonna no (silenzio di tomba; io con un irrefrenabile improvviso tic all'angolo della bocca; io che ti chiedo con finta calma "Stai scherzando, spero"), per il nostro video in cui ci baciavamo e in cui tu scoppiavi a ridere ogni due secondi (e che, alla fine, hai voluto cancellare perchè dicevi che, se mi rubano l'iPhone, poi finivamo su Xtube), per il tuo modo in cui ti spaventavi quando ti toccavo l'ombelico, per le carezze, per le infinite carezze che trasferivano tutta la dolcezza che hai dai tuoi occhi verdi alle tue mani morbide fino al mio volto incredulo. Grazie per i film visti insieme, per i salatini che ci imboccavamo l'un con l'altro, per avermi raccontato della tua infanzia a Miami e per aver corretto la mia pessima pronuncia inglese.
Per non avermi fatto sentire la necessità di vedere nessun altro.
Per avermi fatto venire la voglia di te ogni giorno.
La voglia di te, per fortuna/purtroppo, ce l'ho ancora.

E' difficile parlare di quello che c'è tra noi, perchè ho paura che non mi faccia bene o che risulti stupido.

Forse non dovrei scrivere queste cose nel blog, forse dovrei tenerle per me. Ma io non ho un diario e ho davvero bisogno di fissare i miei pensieri, di scriverli, perchè non voglio che il tempo cancelli dalla mia memoria neanche una parola che possa ricordarmi qualcosa di te.
E' difficile ripensare agli ultimi giorni senza piangere. E' difficile guardare la tua foto senza aver la tentazione di baciarla e risentire la morbidosità dei tuoi capelli e la tenerosità delle tue guancie. E' difficile non rammaricarsi all'idea che, col tempo, potrei dimenticarmi delle sfumature castane ai margini delle tue iridi color giada.
E' difficile starti lontano.

Ma sai qual è la cosa strana? La cosa strana è che tu sei riuscito a cambiarmi in meglio. E questo sì che era veramente difficile.

Ti amo, BigAngel.
Buona fortuna.

K.I.S.S. (Keep it Simple, Stupids).