martedì 8 maggio 2012

Capitolo 20: Lost in Madrid

Oh, diamine.
Lo so che avevo promesso (anche se non si sa a chi) almeno un post alla settimana.
Il problema è che sono successe un sacco di cosettine interessanti che mi hanno tenuto molto occupato. E, oltre tutto, il mio pc ha deciso di impazzire e di scrivere autonomamente una sfilza di ùùùùùùùùùùù non appena il cursore di posa su una finestrella bianca e linda adibita alla scrittura. Per cui, finchè non guadagnerò abbastanza da potermene comprare un altro, scriverò saltuariamente da questo splendido internet point.

Ma veniamo al nocciolo della questione.
Mi ricordo, quando ero solo un piccolo 17enne (non ancora pienamente cosciente di cosa sia un rapporto sessuale né un taglio di capelli che non ricordasse i Duran Duran), che andava in onda su Italia1 un programma bizzarro chiamato "Lucignolo". In tale programma, si mandavano in onda reportage sul mondo della notte e della trasgressione.

Che poi.
Diciamocelo.
Per i giornalisti di "Lucignolo", trasgressione era pure ciò che trasgressione non è, tipo rientrare alle 6 del mattino da una discoteca.

Una sera d'estate, il nostro bel programma di Italia1 manda in onda un servizio su una cosa trasgressivissima: i froci.
E da dove poteva iniziare codesto piccante viaggio nel mondo degli omo, al confine tra peccato e libertà? Esatto: a Madrid. Nella cattolicissima Chueca, per la precisione.
Le telecamere inquadrano un quartiere dove la bandiera arcobaleno era sfacciatamente quasi ovunque; dove il giorno non impediva il prolungarsi delle attività legate al mondo gay, dove "essere gay" non era qualcosa da relegare alla notte, lontano dalla famiglia e dagli amici, in oscuri e nascosti locali notturni, in cui si entra solo se si è in possesso di tessere Arci (a metà tra passaporti per mondi alieni e lettere scarlatte marchiate a fuoco sulla pelle), incontrando altri anonimi fantasmi di cui niente è dato da conoscere se non i loro corpi, se non i loro orgasmi.
E allargando l'immaginaria inquadratura sociale sul resto della città, si vedevano ulteriori squarci di come "essere gay" non era neanche una locuzione degna di considerazione: non si trattava di "gay", si trattava di "gente" che lavora o studia o cazzeggia ma la cui preferenza sessuale non era argomento di dibattito, non era suscettibile a processi moralistici e, quando lo era, veniva immancabilmente assolta da tutte le accuse da un popolo-giuria che, più di ogni altro al mondo, ha fatto proprio il motto del "vivi e lascia vivere".
Continuando ad allargare l'inquadratura, si vedeva la Spagna dell'ultimo Aznar e del primo periodo di Zapatero. La Spagna che superò l'Italia nel PIL procapite, la Spagna del boom economico, la Spagna dell'exploit edilizio che l'avrebbe portata in meno di quindici anni al tracollo, la Spagna ottimista e sparata come un proiettile verso il futuro, talmente concentrata a correre da non accorgersi di farlo su un campo minato.
E allargando ancora un po' l'inquadratura, si vedeva l'Italia.
L'Italia delle aggressioni omofobe, l'Italia di Berlusconi che non è mica "uno di quelli lì", l'Italia dei lavori pubblici iniziati e mai finiti, l'Italia dei treni lenti e antiquati e degli aerei sempre in ritardo, l'Italia che non solo non correva ma non pensava neanche di farlo perchè magari, chissà, non riusciva neanche a trovare le sue stesse gambe.

Si vedeva, insomma, l'Italia dove stavo io, un 17enne che guardava incantato in seconda serata quel servizio sul mondo dei gay, a cui apparteneva ma dove ancora non aveva esercitato il diritto di voto; quel servizio che rompeva il concetto stesso di "mondo gay", unificandolo con il "mondo etero" o, come spesso definito, "normale", affacciando alla mente di quel ragazzino il concetto che, forse, eravamo tutti "normali" nella nostre differenze; quel servizio dove, sotto l'insegna di qualche pub, un gruppetto di ragazzini spagnoli della sua età, scherzava con la troupe del programma alle due di notte, mentre la folla vociante di giovani e meno giovani, gay e meno gay, si muoveva attorno a loro, per tutto il barrio, per tutta Madrid.
Allargando ancora di più l'inquadratura, forse, si sarebbero visti altri ragazzini come me, tra una versione di latino, un capitolo di filosofia che proprio non ti entra in testa e un problema di matematica che copierai domani mattina presto dalla prima della classe.
Si sarebbe visto un bisogno impellente di avere una risposta alla domanda che, prima o poi, tutti i 17enni gay italiani si sono fatti: "Ma quello che non va, sono io?".

Sono passati ormai 10 anni da quella sera.
Madrid e la sua Chueca, per quell'ex-17enne, non sono più un Eden irraggiungibile, rigoglioso e inesplorato. Se, appena approdato nel paese di Don Chisciotte, all'inizio gli erano sembrati posti sì allegri ma decisamente vorticosi e poco adatti a mettere radici, ieri, dopo essere tornato da una breve vacanza in Italia, attraversando in taxi l'autopista, si è reso conto che non era così: la domanda che lui e, forse, tanti altri ragazzini della sua epoca si erano posti 10 anni fa guardando quella puntata di "Lucignolo", aveva trovato una risposta definitiva, articolata e che andasse anche al di lá della questione gay-non-gay, proprio in quei posti colorati e quasi parossistici. E' per questo, quindi, che si può dire che un pezzo delle sue radici era già solidamente piantato lì.


La risposta a quella domanda, io, l'ho trovata a Madrid, il motore di un paese in difficoltà ma che non smette mai di lavorare; un paese che l'assoluta convinzione di "poter riuscire" l'ha messo nelle condizioni di riuscire veramente.
Un paese a cui nessuno toglierà mai dalla testa che, prima o poi, tutti hanno bisogno di perdersi a Madrid, tra i gratuiti e disinteressati abbracci dei madrileni che non sanno minimamente chi sei ma sono certi che, qualcuno, lo sei pure tu. 

K.I.S.S. (Keep It Simple, Stupids)